Pianaccio

Quassù non ci si arriva per caso. Anzi, occorre una certa determinazione nel percorrere i pochi, tortuosi, chilometri che separano dal fondovalle. Però, come ogni cosa difficile da raggiungere, giunti a Pianaccio lo spettacolo è davvero unico. Migliaia d'alberi, castagni, carpini, roverelle e più in alto aceri, faggi e chissà quali altre essenze, che formano una foresta all'apparenza impenetrabile dalla quale emergono improvvise le prime case del paese.
Come abbiamo fatto a costruirle quassù, nei pochi metri disponibili fra un dirupo e un altro è un mistero. Un gioco d'equilibrio fra uomo e natura che qui sono inscindibili: l'una ha forgiato l'altro e ne è stata modificata.
Con il bosco ha dovuto fare i conti, infatti, la storia di tutti i pianaccesi sia in senso positivo, da esso ricavavano le castagne essenziali per sopravvivere ed il poco lavoro che esisteva in zona, sia negativo perché quell'ambiente così aspro e ostile ne ha condizionato per sempre la vita ed il carattere.
Gente dura, un po' ribelle, costretta per campare a trasferirsi per parecchi mesi l'anno nelle pianure in cerca di lavoro. Una separazione forzata che, come reazione, ha generato in loro un senso di fiera appartenenza difficilmente riscontrabile in altre zone come ebbe a rilevare già nel 1851 Luigi Ruggeri nella sua descrizione delle chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna:
"... l'amore del luogo natìo ha posto nel loro petto così profonde radici, che queste balze, queste selve e queste acque cadenti sono ad essi più care che non le splendide città".
La prima domanda che ci si pone arrivando quassù è perché i primi abitanti avessero scelto un luogo cosi difficile per vivere, dove:
"La natura sembra avere riunito nella goladi Sela quanto essa può crear di più grandioso, di più selvaggio e di più terribile" (Ruggeri, 1851).
Purtroppo non ci sono risposte razionali se non il fatto che proprio questi luoghi oggi così impervi rappresentavano un tempo un rifugio per chi doveva in qualche modo proteggersi o nascondersi.
Per questo, come quasi tutti i luoghi d'alta montagna, Pianaccio non ha una storia nobile, non c'era né il tempo né il denaro per costruire torri o cattedrali, piuttosto il suo è un passato semplice, di facile lettura, ma non per questo meno affascinante.
L'abitato di Pianaccio è noto, nei documenti, almeno dal XV secolo, come frazione del comune di Monte Acuto delle Alpi e della sua parrocchia. A questo periodo risalgono, infatti, i primi documenti noti, anche se i suoi abitanti mal digerivano questa situazione, in particolare la dipendenza dalla chiesa di San Niccolò dove erano costretti a recarsi la domenica per assistere alle funzioni religiose.
Un aspetto che oggi può fare sorridere ma che all'epoca rappresentava un segno di sottomissione difficile da accettare per i fieri pianaccesi.
Solo dal 14 settembre 1831 divenne autonomo dalla parrocchia madre, con decreto arcivescovile, per iniziativa del parroco di Monteacuto don Floriano Biagi.
Il nome, che nei documenti antichi è indicato come Planatium e poi come Pianazzo, indica un insediamento a mezza costa su un pianello poco esteso e male esposto: da ciò il peggiorativo.
Pianaccio, mura, pietre, tetti in lastre di arenaria e strette viuzze, la cui perfetta armonia fra gli elementi che li compongono donano al paese un senso di autenticità e di naturalezza che ben si integra con l'ambiente circostante.
Un'architettura naturale, dominata dalla pietra ancora visibile nelle sue parti originarie percorrendo il rione di Pianaccio Vecchio o arrivando fino alla borgata di Fiammineda dove, su un architrave di una finestra è scolpita la data 1644 ed una croce di Malta.
Anche in questo caso però, come per tutti gli altri borghi della zona, ci vuole un po' di pazienza per trovare i frammenti del loro antico passato: una data, un simbolo, o un nome, piccole schegge la cui scoperta ripaga ampiamente della fatica compiuta.
Vari nomi e località di Pianaccio si trovano citati negli estimi del 1630: La Borèlla, Campo d'Sèrra, Canàl Càva, El Pomadèlle, Fiamminèda, Camp'ed Ràia. Dagli estimi si apprende inoltre come la famiglia più ricca di Monteacuto fosse quella degli eredi di tale Florio "del Pianazzo".
Questo borgo ha dato i natali a molti illustri personaggi:
Guglielmo Fornaciari, maresciallo dell'aria protagonista della Prima Guerra Mondiale insignito di una Medaglia d'Oro, due d'Argento e una di Bronzo.
Enzo Biagi, noto giornalista del secondo dopoguerra;
Don Giovanni Fornasini, parroco di Sperticano (Marzabotto), ucciso a soli 29 anni dai nazisti nell'ottobre '44 e insignito di Medaglia d'Oro alla Memoria.
A lui è dedicata la piccola piazza del paese davanti alla chiesa; da parte delle gerarchie Vaticane è in corso la causa di beatificazione.
On. Bruno Biagi, sottosegretario alle Corporazioni durante il Ventennio. Personaggio del quale, ovviamente ma non giustamente, non si parla mai.
Gli abitanti di Pianaccio sono detti "Ciàffari", secondo Zanardelli dal toscano (in particolare lucchese) "ciaffo", viso tondo e pieno.
Anche Pianaccio, come tutti i paesi ed i piccoli borghi delle nostra montagna, è suddiviso in vari rioni:
Cà d'Babon: L'area della Colonia Combattenti, all'inizio del paese, arrivando da Lizzano è il primo rione che si incontra. Nome che, più che a un padre bonario, sembra da attribuire a un falegname barbuto che qui risiedeva. E' la sede "storica" dei Biagi di Pianaccio, i maggiorenti (babòn) del borgo.
Borèlla: Sotto strada; trae la sua origine dalla conformazione del territorio (borèlla: terreno scosceso) o anche da Borèlle, luogo in cui si raccoglie (o si raccoglieva) acqua.
Proseguendo verso il fiume si arriva all Peschèra dove si trova un pozzo per lavare i panni utilizzato ancora oggi.
Tèggia: Nel dialetto locale il vocabolo "teggia" indica una costruzione rustica, spesso porticata, che svolge le funzioni di alloggiare e nutrire il bestiame (in particolare pecore) di cui era ricco il paese.
El Cro∫'ale: sotto la chiesa, dove si stacca la strada che va a Fiamminéda.
Piazza (Cà nòva): Sulla piazza si trova la chiesa, dedicate a S. Giacomo e ai Santi Anna e Gioacchino e di fronte si affaccia un castagno (di Giordano) vecchio di almeno trecento anni, censito fra gli alberi monumentali dell'Emilia-Romagna.
Posta: E' un rione formato dal solo edificio postale ora non più funzionante. Trasportato per alcuni anni nella nuova scuola poi definitivamente chiuso alla fine degli anni '90.
Pianaccio Vècchio: Prima dell'ultima guerra era detto La Piana. Si sviluppa su una sorta di terrazzo naturale, con gli edifici disposti l'uno accanto all'altro, a formare un unico agglomerato a cavaliere della valle del Silla.
Si trovano qui gli edifici più antichi del paese, datati al 1513, con una struttura architettonica tipicamente montana: finestre piccole, portali bassi, architravi decorati con la rosa di montagna.
Le famiglie originarie di Pianaccio Vecchio sono Biagi (quella del giornalista e scrittore) e Francia (poi Franci), questi provenienti pare da Monteacuto.
Sambuciòn: La grafia del nome di questo rione è stata da sempre piuttosto controversa, trovandosi nei documenti antichi San Buciòne, S. Buciòne, Sambuciòne.


Pianaccio infossato nella valle del Rio Bagnadori

L'ipotesi corrente è che il nome derivi dalla presenza qui di un grosso sambuco, data l'assenza dai Martirologi di un Santo di nome Buciòne; in realtà ad oggi nessuna ipotesi è apparsa sufficientemente fondata.
Poiché a Pianaccio lo spazio è poco, anche qui a Sambuciòne si nota un adattamento al pendio nella costruzione degli edifici, sviluppati piuttosto in altezza che in larghezza, come nel resto del paese.
In questo rione si trova un bel mulino, il Mulino di Pietro, risalente al 1880 ed ancora perfettamente funzionate, recentemente ristrutturato anche se soltanto a fini didattici e non per riprendere l'attività molitoria. A questo mulino, alimentato dall'acqua del Fosso Bagnadori, convergevano molti pianaccesi per la macinatura delle castagne essiccate, essendo in paese e perciò molto comodo, anche se più piccolo di quelli della Squaglia (che serviva piuttosto gli abitanti di Moteacuto) o di quello di Taccàia (Panigale), più a valle lungo il Silla.
La famiglia più nota di Sambuciòne è quella dei Fornaciari.
Vètta al Prà: Il suo nome deriva dall'essere in una zona abbastanza pianeggiante in cima (vètta) al paese dove una volta esistevano campi (prà) per le poche coltivazioni.
Presso la locanda L'Alpina c'era un pozzo che veniva utilizzato per lavare i panni ed era chiamato La Fontanina trascinato verso valle da una sbotacciàda (bomba d'acqua) del fosso Riòlo nell'ottobre del 1982.
Spèssia: Ricorda qualcosa di strisciante ma è più probabile che derivi dal latino "spìssus", folto, denso, come è il bosco in quel punto, una folta selva esisteva in questa zona.
Cistòn: Rione che si trova infossato in un incavo della montagna come se fosse in fondo ad un grosso paniere (cìsto).
Casetta: Un bellissimo edificio che segue tutti i canoni dell'architettura montana, datato 1573. Questo complesso, abbarbicato alla montagna, è munito di un bellissimo portico che permette l'accesso alla parte che guarda verso i Bagnadori.
Campo d'Serra: La pendenza della montagna ha condizionato anche la costruzione de questo borgo, anch'esso del XVI secolo, che si adatta al pendio.
Fiamminèda: Non è un rione vero e proprio del paese ma è una frazione. Da Pianaccio Vecchio passa la bella strada lastricata che conduce a questa bella frazione del XVII secolo da tempo disabitata, citata negli estimi del 1630 come
"... una casa grande dove habitavan assai famiglie ...".
Ora questa frazione è formata solo dai ruderi delle case che spuntano dal terreno come scheletri e completamente in rovina .
Appena lasciato il paese verso Fiamminèda c'è sulla sinistra una bella mestà degli anni '20 e poco più avanti, sempre sulla sinistra, c'è un pozzo usato per lavare i panni.
Segavecchia: Seguendo la strada asfaltata, è possibile raggiunge questa località il cui nome fa pensare all'esistenza di un luogo per la lavorazione del legname. Ma se la presenza quassù di una segheria è facile da immaginare, l'aggettivo vecchia appare invece del tutto ingiustificato.
Esiste però un'altra ipotesi: collegare questo termine ad un antico rito di mezza Quaresima.
Era uso, infatti, in molte zone dell'Appennino e probabilmente anche a Pianaccio, interrompere per un giorno il periodo penitenziale bruciando, a volte anche segando, un fantoccio raffigurante una vecchia decrepita che rappresentava la Quaresima.
Una parentesi di spensieratezza d'origine pagana, proprio per questo osteggiata duramente dalla chiesa, da cui l'ipotesi della possibile derivazione del nome Segavecchia, cioè un luogo distante dal paese, al riparo quindi da qualsiasi controllo, dove anticamente gli abitanti del paese si ritrovavano in gran segreto per rinnovare l'antico rito quaresimale di segare la vecchia.Nel 1782 a Pianaccio erano residenti 22 famiglie, a Fiamminèda 9, a Campo di Serra 3. Nel 1850 le famiglie pianaccesi erano 50.
Castgìnadura: L'orgoglioso attaccamento che hanno i pianaccesi verso le loro tradizioni li porta ancora oggi ad essere l'unico luogo della zona dove è possibile assistere all'antico rito della lavorazione della castagna.
Dai primi giorni di ottobre i boschi che circondano il paese cominciano ad animarsi: è il tempo della raccolta delle castagne, soprattutto donne, munite di panèro (cesta) con le mani abili e velocissime cominciavano la raccolta dei frutti. Un'operazione che si protraeva per diversi giorni, mai però oltre i Santi quando per antica usanza arrivava il tempo dei ruspadòri, cioè dei paesani che non possedevano castagneti.
In fondo il bosco ed i suoi frutti erano un patrimonio di tutti e tutti, anche i più poveri, dovevano avere la possibilità di sfamarsi.
Terminata la raccolta si trasportavano le castagne al casone, l'essiccatoio, un fabbricato di modeste dimensioni dotato di due sole aperture: una piccola in alto che serviva per far entrare le castagne ed una al piano terreno per fare fuoco.
Un fuoco lento, ininterrotto per quaranta giorni, che doveva bruciare senza fiamma in modo che al graticcio arrivasse solo il calore. Ogni tanto poi bisognava girare le castagne, prima si accatastavano ai quattro lati e si cominciavano a stenderle di nuovo seguendo con cura l'ordine inverso.
Trascorso il lungo periodo di attesa nel corso del quale le castagne venivano sorvegliate con cura quasi ininterrottamente, si passava alla fase della pulizia della buccia, prima dentro un "b'gòngio" battendole con una grossa "stànga" di legno e poi, liberate definitivamente dalle ultime impurità, con la "vassòra" facendole roteare ritmicamente in aria.
L'ultimo passaggio era al mulino che trasformava la fatica di oltre due mesi di lavoro nella farina.
Ancora oggi a Pianaccio sono in funzione due "casoni", quello "d'l'Anita" alla Borèlla e quello "d'Plegrinòn" lungo la strada della Segavecchia, che meritano una visita in autunno quando vengono accesi ed è possibile trovare al lavoro i "casonanti.
La Chiesa: La chiesa dei Santi Anna e Giacomo Maggiore si trova nel centro del paese di Pianaccio.
È piuttosto particolare la dedicazione ai Santi Anna e Giacomo Maggiore insieme, poiché di solito sant'Anna è venerata insieme a san Gioacchino o a Maria Bambina. San Giacomo potrebbe essere presente in quanto co-dedicatario della chiesa madre di Monteacuto delle Alpi e in quanto patrono dei pellegrini e dei viandanti.
Gli abitanti di Pianaccio, come quelli di Monteacuto, erano infatti noti per l'intraprendenza mercantile che li portava anche a frequenti scambi con la vicina Toscana. In periodi di carestia, inoltre, come molti belvederiani erano costretti a cercare lavoro altrove, soprattutto "nelle Maremme", in Corsica o in Sardegna a fare carbone; oppure erano pastori transumanti, che trascorrevano l'inverno con le loro greggi nella pianura bolognese o romagnola.
Le origini dell'oratorio: Ogni epoca storica ha le sue particolarità.
L'epoca pre-napoleonica è forse uno dei periodi che, a livello di comunicazione, ha lasciato tracce vistose di sé, nelle titolature dei documenti e nella datazione, con l'applicazione del calendario repubblicano, quando i giacobini francesi sostituirono il calendario gregoriano con il loro, che appariva più uniforme e comodo ma che in realtà era piuttosto complicato, basandosi sull'equinozio vero d'autunno; ciò comportava uno sfasamento dei giorni dell'anno: ne avanzavano cinque che non appartenevano a nessun mese. I nomi dei mesi vennero stabiliti sulla base dei caratteri meteorologici: Nevoso, Piovoso, Brumaio, Termidoro e così via.
Durò solo fino al 31 dicembre 1805 quando Napoleone ristabilì il sistema gregoriano, ma negli archivi sono conservati naturalmente anche documenti di questo periodo.
La titolatura è piuttosto bizzarra e ampollosa. Si può immaginare che l'applicazione di queste formule abbia creato perlomeno sconcerto, nei pubblici uffici come nella gente comune. Il fatto, per esempio, di chiamare "cittadino" un vescovo riusciva certo difficoltoso ai poveri pretini di campagna, abituati al "bacio della Sacra porpora", al "mi prostro innanzi a Voi Illustrissimo" e simili.
Quello che si propone all'attenzione dei lettori è una supplica degli abitanti di Pianaccio all'Arcivescovo di Bologna per avere le processioni almeno in determinati giorni dell'anno e le Messe nei giorni festivi, cose che il parroco di Monteacuto si rifiutava di fare.
A questo scopo inviano un loro rappresentante, Tomaso Franci, che si reca di persona a Bologna tra il febbraio e il marzo 1798. Più che una supplica a tratti sembra quasi una minaccia, con le allusioni all'ordine pubblico e al malcontento dei cittadini; già da quest'epoca gli abitanti di Pianaccio mostrarono tutta la loro combattività, caratteristica che, pare, abbiano conservato anche oggi...

Una famiglia originaria di Pianaccio sono Biagi (quella del giornalista e scrittore). Il centro documentale Enzo Biagi si trova infatti a Pianaccio, il paese natio del giornalista-scrittore. Al suo interno è possibile ripercorrere la vita e la carriera di Biagi tramite oggetti, documenti ed esposizioni fotografiche. All'esterno dell'edificio è possibile osservare una statua di Yazuiuki Morimoto che omaggia il giornalista.

Paese di Enzo Biagi e proprio qui ha scelto di essere sepolto nel piccolo cimitero arroccato sotto il paesino e la sua casa natale. Una sua celebre frase

"Ho girato il mondo da cronista ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio"

L'orgoglioso attaccamento che hanno i pianaccesi verso le loro tradizioni li porta ancora oggi ad essere l'unico luogo della zona dove è possibile assistere all'antico rito della lavorazione della castagna "Castgìnadura".

Dai primi giorni di ottobre i boschi che circondano il paese cominciano ad animarsi: è il tempo della raccolta delle castagne, soprattutto donne, munite di panèro (cesta) con le mani abili e velocissime cominciavano la raccolta dei frutti. Un'operazione che si protraeva per diversi giorni, mai però oltre i Santi quando per antica usanza arrivava il tempo dei ruspadòri, cioè dei paesani che non possedevano castagneti.

Ancora oggi a Pianaccio sono in funzione due "casoni", quello "d'l'Anita" alla Borèlla e quello "d'Plegrinòn" lungo la strada della Segavecchia, che meritano una visita in autunno quando vengono accesi ed è possibile trovare al lavoro i "casonanti.

Appena lasciato il paese verso Fiamminèda c'è sulla sinistra una bella mestà degli anni '20 e poco più avanti, sempre sulla sinistra, c'è un pozzo usato per lavare i panni. Seguendo la strada asfaltata, è possibile raggiunge il rifugio di Segavecchia (https://www.rifugiosegavecchia.it/) da qui iniziano sentieri di interesse paesaggistico fino ai crinali.

Orari di apertura:

Aperto luglio e agosto (orari di agosto: 9:00-12:00 e 15:00-18:00).

Negli altri periodi su appuntamento: cell

Sempre su appuntamento la visita ai "casoni" cell: 

A Pianaccio possibilità di ristoro e pernottamento alla Antica Locanda Alpina (https://www.pianaccio.com/), lunga tradizione di ospitalità e ristorazione della famiglia Gentilini tel:0534 51300

(per info pernottamenti cell: +39 345 5075430)


Servizio navetta dal capoluogo di Lizzano a Monteacuto nel periodo estivo

(dalla chiusura scuole alla riapertura)

orari: 07.50 10.50 12.50 17.50