Monteacuto delle Alpi

Borgo medioevale arroccato su un minuscolo cucuzzolo, baluardo tra l'Emilia e la Toscana, è il paese più alto della provincia di Bologna.

Perla incastonata nella montagna fuori da ogni tempo ed ogni luogo, vero e proprio nido d'aquila come pochi altri paesi dell'Appennino.

A 915 metri di altitudine si erge Monteacuto delle Alpi, uno dei tipici paesi in cima al monte, che sembra in equilibrio e dà l'impressione di dover cadere da un momento all'altro, ora di quà ora di là. Da qui possiamo ammirare un panorama stupendo da un balcone, l'unico pezzetto di prato, pochi metri quadrati in posizione orizzontale, ove tutto è verticale e finisce in strapiombo. E' un baluardo tra l'Emilia e Toscana ed è documentato che la Contessa Matilde gli abbia dedicato la sua attenzione. Monteacuto delle Alpi dista sei km. dal centro di Lizzano in Belvedere e vi si giunge attraverso Casale, antica borgata ove furono rinvenuti cimeli di interesse storico. 

E' un bellissimo paese medioevale, ricco di storia.
Qui, al riparo delle sue possenti mura, sostavano commercianti di spezie e di stoffe in transito per la Toscana, c'erano locande piene di vita e di belle donne e la ricchezza dei suoi abitanti era inferiore solo a quella delle grandi città.
Arroccato su un cucuzzolo, inavvicinabile come il nido di un rapace, il castello di Monte Acuto ha rappresentato per buona parte del Medioevo il cuore dei traffici fra Bologna e Pistoia.
La prima citazione risale al 1105 circa, in una bolla di Papa Pasquale II dove Monteacuto è detto "cappella"; sembra che non esistesse ancora un paese propriamente detto ma forse soltanto un piccolo agglomerato.
Una fortezza ricca e potente a tal punto che nel 1298, all'atto della firma della pace fra Bologna e Pistoia, questi ultimi pretesero che lo stesso patto fosse siglato anche dai rappresentanti di Monte Acuto.
Ovviamente abitante all'interno di un castello di tale importanza comportava rischi e pericoli, così fra il 1307 ed il 1322 le cronache dell'epoca riferiscono di ripetuti assalti compiuti sia dalle numerose bande di briganti che infestavano la zona, sia dalle truppe pistoiesi:
"... nel 1311 il Senato bolognese lo affidò a Guidotto da Melo il quale nell'anno che seguì ebbe a lottare per quaranta giorni contro le orde di Gualtiero da Cuzzano.... liberato da questi Monteacuto fu nel 1316 aggredito dai ghibellini toscani, che circondatolo, ne tentarono per più di un mese la conquista... il Senato Bolognese per meglio assicurarsi di questo luogo, lo diede in custodia alle società dei Balzani e dei Calzolai .... nel 1322 il paese ebbe un nuovo e più disperato assedio dei fuoriusciti i quali, sbucati dalle lor tane, vennero d'improvviso a circondarlo, tagliandogli gli acquedotti ed ogni altro mezzo di comunicazione". (Calindri, 1781).
Dopo quest'ultima incursione tutto filò liscio fino alla fine del 1300 quando gli abitanti di Monte Acuto vennero a lite con quelli di Belvedere, l'altro comune autonomo presente nella zona, e proprio il frutto di queste lotte interne, assieme allo sviluppo di nuove strade più comode per il commercio, ne decretarono il declino.
Perduta l'importanza commerciale ed il facile benessere la posizione del paese costrinse i suoi abitanti per sopravvivere ad utilizzare l'unico elemento che avevano in abbondanza, il bosco, diventando degli abili spaccalegna e dei carbonai espertissimi apprezzati ovunque. Il loro era un lavoro duro che li costringeva ad emigrare per parecchi mesi l'anno in Maremma, in Corsica o in Francia.
Partivano in autunno, subito dopo la "castgnadura", in squadre composte da una decina di persone dotate oltre che dell'attrezzatura necessaria anche delle poche vettovaglie che potevano permettersi: un sacco di farina gialla, qualche formaggio ed un po' di sale. Giunti sul posto per prima cosa tiravano su una capanna, la coprivano alla bene meglio e preparavano le "rappazole", i giacigli fatti con rami e frasche.
Alla mattina una fetta di polenta arrostita e via, si cominciava a tagliare con l'accetta e così da fino a quando presi dai morsi della fame mandavano il "meo", cioè il ragazzo più giovane della squadra, il meno esperto, e quindi produttivo, a preparare il pasto. E poi ancora via nella macchia a tagliare senza sosta, giorno dopo giorno, per intere settimane fino a lavoro compiuto.
Finito il taglio cominciavano a preparare le carbonaie, prima si conficcava un palo nel terreno e poi si sistemavano tutt'attorno i tondelli di legno con l'accortezza però di lasciare libero il camino, cioè il centro della catasta, che veniva ultimata con alcuni giri di rami più sottili ed uno di terra.
Finalmente la carbonaia era pronta e si passata all'accensione, dal camino posto in alto venivano calate le braci prontamente ricoperte con altra legna fino alla chiusura ermetica della bocca.
Ma il lavoro non era finito, anzi cominciava la parte più difficile per questo destinata ai più anziani della squadra, cioè il controllo della carbonaia: si sentiva con le mani e con una pertica dove bruciava di più e dove meno e si cominciava a correggere il fuoco aprendo e chiudendo delle fessure "arfummi". Guai, infatti, se il fuoco fosse "scappato"perché tutta la legna si sarebbe trasformata in cenere e con essa la sospirata paga. E così per alcuni giorni di veglia ininterrotta fino a quando la carbonaia, come inghiottita dalla terra, cominciava ad abbassarsi ed il carbone era pronto.
Oggi dell'antico castello di Monte Acuto delle Alpi descritto come:
"... circuito da doppio muro, da una fossa profonda e da forti bastioni" da un lato e difeso "da un fiume e da un torrente alla base del monte" dall'altro, non rimane più nulla se non il ricordo nei vecchi nomi di alcune strade come il Fossato e la Torre sui quali c'è ben poco da aggiungere, o il Cingiarello, che deriva dal verbo latino cingere, cioè cinto, circondato.
Nonostante ciò, percorrendo le strette viuzze del paese si ha netta la sensazione di compiere un tuffo in un passato antichissimo, in grado ancora oggi di incutere rispetto e timore. Sarà perché l'intero paese è percorribile solo a piedi, sarà perché ogni edificio è un pezzo di storia a se stante, o per la bellezza mozzafiato del panorama che si svela all'improvviso ad ogni passo, ma visitare Monte Acuto è davvero qualcosa di unico, una sensazione difficile da descrivere con le parole.
Gli abitanti sono detti "zingari" (nel senso di girovaghi), perché Monteacuto era un notevole centro mercantile fra i secoli XII e XV, posto su un'importante via di comunicazione fra Emilia e Toscana, che diede i natali a uno dei notai più importanti della montagna bolognese:
"ser Baruffaldo figlio di ser Vezzoso de Monte Acuto dell'Alpi".
Pare avesse nome speciale per i testamenti, ma era noto anche perché non pagava i debiti.
Altra denominazione, più tarda, è "capucìn", dovuta al fatto che il paese sorge su un cucuzzolo ("cappuccio" nel dialetto locale).
La possibilità di incrementare i propri guadagni con il commercio attirò qui fin dal XIV secolo varie famiglie del Belvedere e anche di fuori, come si vedrà.
Il paese è composto di vari rioni, distinti da un nome antico.
Le Tegge: Monteacuto aveva vocazione mercantile, ma è pur vero che era ricco anche di bestiame (in particolare ovino) che doveva essere alloggiato e nutrito.
Nel dialetto locale il vocabolo "teggia" indica una costruzione rustica, spesso porticata, che svolge entrambe le funzioni: vi si custodivano gli animali e il foraggio per nutrirli.
Il fatto che sia al plurale può essere indizio di una certa concentrazione di "tegge" in questo luogo, dalla forma di una piazzetta quadrangolare, con ai lati edifici del XVI e XVII secolo.
Dal "Dizionario corografico... " dell'abate Serafino Calindri (1781) si apprende che a quel tempo quello delle Tegge era il rione più popoloso del paese, con ben 21 famiglie residenti. Tra esse vi erano i Francia, così detti da un esponente emigrato Oltralpe.
A fine '800 a Monteacuto risiedeva un pastore detto "el Vergajio", dal latino "berbicarius", pastore che ha molte pecore.
Maltempo:una possibile spiegazione per questo toponimo è data dalla sua posizione, esposta verso il Corno alle Scale e quindi alle burrasche di neve. Qui si trovava l'unica sorgente del paese, che però in estate subiva la scarsità di piogge e si fermava.
Esiste ancora la cisterna, recentemente restaurata, che raccoglieva l'acqua di questa sorgente e che risale al XVIII secolo.
Il Fossato: il nome di questo luogo è di significato chiaro, ma la presenza dell'acqua a Monteacuto era scarsa e perciò preziosa.
Fino al 1883 vi erano alcune cisterne che raccoglievano l'acqua piovana da destinare a tutti gli usi: due di queste cisterne nel 1600 erano private, ma messe a disposizione di tutti dai proprietari.
Nel 1883 un abitante del paese di grande ingegnosità, Pasquale Poli, quasi ottantenne riuscì a compiere un'impresa ardita, per l'epoca: portare l'acqua a Monteacuto da una sorgente distante alcuni chilometri mediante una conduttura di cóppi di terracotta.
Inizialmente subì l'aperto contrasto degli abitanti, che per ragioni non chiare. Non volevano che si realizzasse questo progetto ma poi, vista la comodità accolsero di buon grado l'acqua in paese.
Da qui parte una bella mulattiera selciata, costruita da Pasquale Poli per raggiungere più comodamente il Mulino della Squaglia, di sua proprietà; dalla stessa strada si raggiunge anche il Santuario di Madonna del Faggio (1722).
Le famiglie più note sono quelle dei Guccini e dei Poli, questi ultimi detti "placàn", pelacani.
A proposito di Guccini, Guzino de Monte acuto compare con altri belvederiani quali garanti di un'asta pubblica per l'affitto al miglior offerente di beni dell'opera della Pieve nel 1568; forse è capostipite della famiglia Guccini.
I Trébbi: dal "Dizionario corografico... " di Serafino Calindri si apprende che alla fine del Settecento qui abitava una sola famiglia, fatto quanto mai strano e non spiegato, poiché siamo in pieno paese.
Il nome di questo rione deriva dal latino "trivium", col significato di "incontro di tre strade": qui, infatti, convergono tre vie, anche se non tutte della stessa importanza.
Nel vicino territorio di Montese (MO) la parola trébbo indica una piccola corte comune ad un borgo, un luogo destinato alle attività collettive e al ritrovarsi per "far trébbo", cioè fare chiacchiere con amici, come il nostro "far rugletto".
Questo spazio aveva quasi certamente anche una funzione pratica, legata alla trebbiatura, soprattutto nei nostri paesi di montagna dove lo spazio non è mai molto e qualunque superficie piana, anche di modesta estensione, veniva utilizzata per le attività più diverse legate all'agricoltura.
Qui, dalla metà del XVIII secolo in avanti, venivano vendute all'incanto le merci che si ricavavano dalle questue pasquali (uova, lana, canapa) oltre il Silla, nella zona di Ciopéda, Volpara, La Zecca ecc: con il ricavato si dicevano Messe per le anime del Purgatorio.
La tradizione popolare assegna il nome di Trebbi anche alla zona oltre la chiesa, detta "i trebbi al sole" perché destinata alla trebbiatura del grano e alla maturazione dei frutti.
Tra le famiglie residenti nei Trébbi o nei pressi ci sono i Mattioli, originari di Castelluccio, e i Degli Antoni di Capugnano.
La Torre: è il centro del paese, dove si trovava un fortilizio sorto nel XIII secolo a difesa dei confini del Belvedere, insieme con quelli di Rocca Corneta e di Monte Belvedere.
Nella "Descriptio civitatis Bonomie eiusque comitatus" del Cardinale Anglico (1371) il castello di Monteacuto viene descritto come "posto lontano sui monti, al confine con il territorio di Pistoia, su uno sperone ripidissimo, circondato da una palizzata. In questo castello si trova una piccola rocca murata con torre e cisterna; in essa dimora un castellano con otto paggi".
Dalla stessa opera si apprende inoltre che a quell'epoca a Monteacuto vi erano otto "fumanti", intendendo con questo termine l'unità fiscale fondamentale per la riscossione delle imposte, corrispondente a famiglia possidente.
Il castellano "Johannes de Baro" guadagnava 20 fiorini il mese.
Si dice che il grande edificio che dà sulla piazzetta fosse la sede del castellano: in realtà è un edificio posteriore (XV sec) sorto quando già il fortilizio era stato dimesso. È comunque un edificio di grande pregio, che forse fu sede di una famiglia importante. In tempi più vicini a noi, per anni appartenne alla famiglia Pozzi, che si esaurì nel 1943 con la morte di don Raffaele, parroco a Monteacuto dal 1899 alla morte, amatissimo dai fedeli. Grande erudito, sapeva unire la conoscenza a un grande senso di pietà per tutti; seppe aiutare con discrezione molti paesani in difficoltà, perciò fu grandemente compianto.
La famiglia Pozzi qui residente proveniva da Grecchia, mentre i Biagi venivano da Lizzano.
Le Lastre: è il primo rione della parte storica del paese.
Il nome si deve a un grande affioramento di arenaria su cui furono eretti diversi edifici, seguendone le asperità e la pendenza.
A Monteacuto la pietra è dominante, sia nel paesaggio che come materiale da costruzione: tutti gli edifici antichi sono, infatti, in arenaria locale, con architravi e portali decorati da motivi ornamentali di derivazione comacina.
Da qui si gode di un magnifico panorama sulle Tese, su Monte Grande, sul Monte La Nuda e sul Corno alle Scale, che secondo un'ipotesi di alcuni studiosi sarebbe da identificare con il Monte Balista citato da Livio, teatro della battaglia che vide i Romani sconfitti dagli autoctoni Friniati nel 216 a.C.
Bordilocco: rione della zona meridionale del paese, delimitato da Le Tegge nella parte bassa. Attualmente è circondato da edifici, ma il nome molto particolare sembrerebbe indicare una derivazione da "burgus luci", borgo del bosco o della radura, che forse un tempo occupava l'area soprastante Bordilocco.
La Chiesa: Il bellissimo borgo medievale di Monteacuto delle Alpi è arricchito da una delle chiese più belle del Belvedere, dedicata a san Nicolò con san Giacomo e san Lorenzo come co-dedicatari.
Non ci sono notizie certe riguardo alla fondazione della chiesa, anche se la più antica menzione finora nota di Monteacuto è dell'anno 950, quando viene citato come "cappella" in una bolla di Papa Pasquale II.
La forma attuale della chiesa è frutto di lavori settecenteschi, in particolare il portico antistante a tre arcate, anche se è possibile che essa abbia mantenuto la collocazione originale della cappella del fortilizio eretto qui dal Senato bolognese nel 1227; la chiesa conserva il pavimento originale in lastre di arenaria e una grande acquasantiera su piede del 1713.
Fino alla fine del XIV secolo era parrocchia indipendente, poi fu unita a Lizzano in Belvedere e riacquistò la cura d'anime solo nel 1586, anche se spesso rimase vacante a causa della distanza e dell'isolamento.
Un documento notarile del 24 maggio 1633 ci informa che per rimanere proprietari del castagneto denominato "Buio", i monteacutesi dovettero corrispondere £ 74,90 l'anno al Beneficio di Lizzano, che cedette una parte dell'Amola a Vidiciaticio per £ 37,90 l'anno.
Nella chiesa di Monteacuto era eretta dal 25 luglio 1657 la compagnia di sant'Antonio da Padova.
Almeno dal 1378 fu parrocchia libera e indipendente, ma nel corso del XV secolo fu unita alla pieve di Lizzano, poi alla chiesa di Vidiciatico e infine nel 1586 tornò ad essere indipendente.
La parrocchia di Monteacuto fu sempre legata al territorio oltre il fiume Silla, nonostante che esso si trovasse nella parrocchia di Castelluccio di Porretta Terme: lo testimonia un documento del 1774 che riferisce di una consuetudine "antichissima" relativa alle questue per la anime del Purgatorio che si tenevano con solenne processione nel giorno delle Ceneri; tali questue cominciavano oltre il Silla per concludersi in paese.
L'esterno è caratterizzato da un bel portico settecentesco e da un possente campanile, che secondo recenti ricerche sembrerebbe essere stato riedificato nel 1865-66 dal maestro muratore Lorenzo Biffoni, che dal cognome si direbbe non proveniente dal Belvedere e neppure delle aree limitrofe.
Finora era noto che il campanile fosse stato costruito da mastro Bartolomeo Zaccanti di Gaggio Montano nel 1713, compensato con:
"... trecento lire e anche robba da mangiare".
L'interno conserva ancora il pavimento in lastre di pietra; vi sono quattro altari oltre al maggiore.
A destra entrando quello dedicato a San Giuseppe, dove in origine si trovava il fonte battesimale (attualmente trasformato in base per la mensa), poi quello dedicato alla Madonna del Carmine con i Santi Rocco e Sebastiano.
A sinistra entrando si trova quello in origine dedicato al Cristo Morto ma che da tempo conserva la pala dell'altare maggiore con san Nicolò e i Santi sopra detti, poi quello della Madonna del Rosario, con la pregevolissima ancona lignea datata al 1679, intagliata e dorata da Antonio da Lustrola: è una delle rarissime ancone firmate e datate che si trovano nelle chiese dell'Appennino bolognese e modenese. La statua, anch'essa in legno intagliato e dipinto, è databile al periodo 1800-1824.
Sull'altare maggiore campeggia il magnifico Crocifisso intagliato nel legno di cipresso da Andrea Brustolon (1662-1732), famoso intagliatore e indoratore padovano.
Si tratta di un'opera di notevoli dimensioni (1,70 di altezza) dalle forme straordinariamente realistiche con il costato modellato in maniera perfetta, l'addome incavato a testimonianza delle sofferenze patite dal Redentore ed il volto che trasmette un senso di dolce abbandono, elementi che fanno di quest'opera una delle rappresentazioni dell'agonia di Cristo fra le più toccanti dell'Appennino bolognese.
Il Crocifisso fu portato a spalla da Bologna nel 1786 da quattro volontari che si alternarono per i quattro giorni necessari al trasporto del pregevole manufatto e fu spostato sull'altare maggiore in occasione delle celebrazioni cristocentriche della Settimana Santa agli inizi del '900 poi (non è noto il motivo) non fu più risistemato nella propria cappella, perciò la chiesa di Monteacuto è una delle poche ad avere l'immagine del Santo dedicatario non nell'abside ma in una cappella laterale.
All'interno della chiesa sono custodite altre pregevoli opere d'arte.
La pala che era sull'altare maggiore, a olio su tela, è opera di Pietro Faccini (1562-1602), artista bolognese allievo dei Carracci, ma poi così abile da aprire una propria scuola. La tela è una "pala parlante" tipica delle opere della Controriforma, in particolare di quella "riforma locale" voluta dal cardinale Paleotti nella diocesi di Bologna alla fine del XVI secolo; rappresenta i santi protettori della comunità, Nicolò, Giacomo e Lorenzo in contemplazione della Trinità.
Non è dato sapere il motivo della scelta del patrono, data l'antichità di tale scelta e la mancanza di documenti in merito, così come è antica la scelta di Lorenzo come co-dedicatario, sebbene forse in relazione, in quanto santo epidemico, con le ricorrenti epidemie di peste che imperversavano nel periodo di esecuzione del quadro, che non ha una datazione precisa, ma è collocabile negli ultimi anni del XVI secolo.
La devozione a san Giacomo si può forse spiegare con la vocazione mercantilistica, quindi al movimento, degli abitanti del paese; inoltre si deve anche considerare che Monteacuto era l'ultimo paese bolognese prima dei valichi con la Toscana e in particolare con Pistoia, di cui san Giacomo è patrono. Inoltre c'è da notare che il culto di san Giacomo qui si rafforzò con la dedicazione ad Esso dell'oratorio di Pianaccio, dal 1831 parrocchia autonoma da Monteacuto.
Sull'altare della Madonna del Carmine si trova una pala a olio su tela databile al 1633 attribuita ad Alessandro Tiarini (1577-1668), pittore bolognese allievo di Prospero Fontana poi di Lorenzo Cesi. Raffigura la Madonna del Carmine con i Santi Rocco e Sebastiano, tipici Santi epidemici molto spesso raffigurati su opere della prima metà del XVII secolo come protettori dalla peste.
Nella cappella della Madonna del Rosario è visibile un bellissimo quadro ad olio su tela, realizzato da ignoto autore in ambito emiliano tra 1575 e 1599: raffigura la Madonna del Rosario con san Domenico e devoti.
Il dipinto raffigurante san Giuseppe con il Bambino, pala dell'altare omonimo, è realizzato a tempera su legno in ambito emiliano ed è databile alla seconda metà del XIX secolo.
All'interno della chiesa si trova anche una statua di sant'Antonio da Padova, da sempre molto venerato a Monteacuto, tanto che fu eretta una confraternita in Suo nome il 25 luglio 1657.
Sulla parete destra si trova un quadro entro fioriera raffigurante la Madonna con Bambino, realizzato a olio su tela in ambito emiliano tra 1690 e 1710. La fioriera di manifattura emiliana è formata da fiori di carta ed è databile alla fine del XIX secolo.
Altra opera pregevole sono le 15 tabelle della Via Crucis, realizzate a olio su tela in ambito emiliano tra il 1800 e il 1824.
La pregevole acquasantiera su alto piede è scolpita in arenaria: è opera del mastro muratore Bartolomeo Zaccanti, di cui si è detto sopra a proposito del campanile, che la scolpì nel 1713.
La sacrestia conserva una bellissima credenza di manifattura emiliana in legno di castagno intagliato, databile al periodo 1650-1674. Qui si trova anche una bella targa devozionale in terracotta dipinta e invetriata che raffigura santa Caterina de'Vigri, tema abbastanza inconsueto anche perché il culto di questa Santa è piuttosto circoscritto ad ambito bolognese-emiliano. La targa è databile al periodo tra 1775 e 1799.
Secondo recentissimi studi, il campanile attualmente visibile risale al 1865-66, rifacimento di uno precedente del 1713.
La chiesa di Monteacuto è quella che ha risentito maggiormente dei problemi legati alla conformazione del territorio: non sono pochi, infatti, i parroci rinunciatari o non residenti, anche in tempi abbastanza recenti.
Una particolarità del clero di Monteacuto è il legame piuttosto stretto con l'oratorio di S. Gioacchino della Moscacchia, presso Badi, alla fine del '700: nell'archivio di Lizzano si trovano, infatti, due vacchette riferite a questo oratorio con firme di molti sacerdoti, tra i quali ricorre quella di don Domenico Biagi, lizzanese che fu parroco a Badi.
1425: la sede era vacante, non si sa da quanto né perché, anche se occasionalmente si recava a Monteacuto il parroco di Vidiciatico, don Giacomo "de dicta terra".
1543: don Corrado Grassi, esponente della nobile famiglia bolognese, non residente; era cappellano don Giorgio Gasparini, che doveva occuparsi anche della Pieve di Lizzano e della chiesa di Vidiciatico, di cui era titolare lo stesso Grassi.
1555: don Achille Grassi, della stessa famiglia del precedente, non residente; cappellano era don Tommaso Vornetti di Bologna. Don Achille Grassi era vescovo di Montefiascone ed uditore rotale; con tali cariche, era ben difficile che potesse risiedere in Monteacuto!
1556: don Antonio Martini di Grecchia.
1565: don Giovanni da Rocca Pitigliana. In questo periodo la chiesa di Monteacuto era ancora unita alla Pieve di Lizzano, per assenza del titolare don Carlo Grassi, vescovo a Montefiascone come lo zio. Questo don Giovanni era perciò cappellano; rettore era don Gherardo Tanari, appena nominato pievano di Lizzano. Don Giovanni da Rocca Pitigliana pare che non avesse la licenza per reggere una parrocchia e perciò fu inquisito durante la visita pastorale del 1566.
1573-1583: don Carlo Picchio, cappellano sostituto del pievano don Tanari.
1586: don Marco Franzaroli, nominato Maestro di cerimonie del Plebanato nel corso della Congregazione dei sacerdoti di quell'anno, tenutasi a Porretta.
1599-1610 circa: don Giovanni Gabrielli.
1633: don Domenico Vivarelli, nato nel 1591.
1682-1711 (?): don Domenico Molinelli.
1711-1752: don Giovanni Nanni di Castelluccio. È quel famoso don Nanni che si oppose con tutte le sue forze, per circa dieci anni, alla costruzione di un oratorio (che poi divenne chiesa parrocchiale) a Pianaccio. Pare che avesse un caratteraccio. Morì il 3 marzo 1752.
1752-1772: don Lazzaro Nanni, nipote del precedente, con cappellano don Giovanni Antonio Pozzi, forse di Monteacuto. Prese possesso il 4 giugno 1752:
"Io D. Lazaro Nanni havendo preso il possesso della Chiesa di S. Nicolò di Mont'agut'dell'alpi, incomincio hà celebrare le messe pro populo".
Morì il 18 settembre 1772: al suo funerale ci fu grande concorso di sacerdoti, con la celebrazione di 32 messe. Don Pietro Leone Marcacci, che era stato cappellano di Vidiciatico per molti anni ed era sempre presente alla concelebrazioni del Plebanato, poiché era anziano disse Messa "à domo", cioè da casa.
1772-1777: don Carlo Bartolomeo Zambonini di Bologna, che prese possesso il 16 ottobre 1772.
Era economo don Domenico Nanni.
Il primo atto di don Zambonini, che prese possesso alla fine del 1772, fu di adempiere le messe per legati che erano rimaste in sospeso, adempimento dovuto forse in seguito all'ispezione dei registri parrocchiali in occasione della seconda visita del Cardinale Malvezzi del novembre 1772. Il 27 febbraio 1773 tenne un ufficio in canto e in notturno per il padre Pellegrino Bartolomeo,
"... patris mei Parochi subscripti, qui mortus est Bononiae dì 20 februarii et humatus in Parochiali S. Laurentii porte Sterie ... ".
Nell'aprile 1773 rimase assente per qualche tempo, sostituito dal cappellano di Lizzano don Nicola Gaetani, poi dalla fine del 1776 si ammalò e fu sostituito dall'economo don Nanni fino al febbraio 1777; tornò brevemente fino al 20 marzo di quell'anno, data dell'ultimo atto da lui firmato.
Don Zambonini era molto preciso e aveva bella calligrafia: a lato di ogni ufficio ha messo un numero progressivo.
1777-1786: don Pietro Giacomo Taruffi; prese possesso nell'aprile 1777, dopo la morte di don Zambonini. Il 14 marzo 1778 celebrò le esequie di Antonio Guccini "detto l'Eremita", che visse fino a 89 anni; era forse eremita a Madonna del Faggio?
1786-1807 (?): don Luigi Giovanelli di Vidiciatico. Nel 1774 aveva partecipato allo scrutinio per diventare parroco di Rocca Corneta, ma non fu eletto. Si recava a celebrare anche al santuario di Madonna del Faggio.
1824 (?) -1830: don Paolo Parigi.
1830-1838 (?): don Geminiano Bazzani di Trignano, che rinuncia ufficiosamente già nel 1831, non avendo mai curato realmente la parrocchia perché appartenente alla Carboneria nel periodo post-napoleonico nella zona di Fanano, e perciò spesso assente. Questa sua militanza gli costerà la vita in un periodo imprecisato fra il 1831 e il 1838, quando fu arrestato, torturato e condannato a morte insieme con altri patrioti e carbonari fananesi per una congiura ai danni di Francesco IV, duca di Modena.
Un documento dell'Archivio di Stato di Modena recita:
"Bazzani D. Geminiano: marciava armato di pistole, e stilo entro in un bastone, Parroco di Monteacuto, Stato Pontificio, ma nativo di Fanano".
È abbastanza singolare che la rinuncia ufficiale di don Geminiano sia del 10 marzo 1839, quando presumibilmente egli era già morto da tempo. Suo cappellano era don Domenico Castelli, che quasi da subito cominciò a firmare gli atti in vece di don Bazzani.
1838-1844: don Giovanni Battista Serantoni, economo sotto don Bazzani, nato a Sasso il 2 agosto 1765 da Giovanni e Giovanna Biagi. Dal 1796 al 1836 fu cappellano nella chiesa di san Prospero di Badi, dove era rettore il lizzanese don Domenico Biagi. Don Serantoni resse la cura di Monteacuto fino al 16 marzo 1844, quando dovette rinunciare per motivi di salute; suoi coadiutori furono nel 1846 don Amedeo Pozzi e nel 1847 don Pietro Fornagiari. L'ultimo atto a firma di don Serantoni, con grafia incerta e tremante, è del 14 agosto 1849, poco prima della morte.
1850-51: don Agostino Santi, per breve tempo.
1856-1882: don Marco Lenzi di Lùstrola, nato nel 1823. Morirà di tisi a casa sua. Molto amato dai fedeli per la sua condotta morale.
1882-1894: don Antonio Balducelli di Castelluccio, che rinunciò nel 1893. L'economo don Pietro Brunetti per breve tempo resse la parrocchia.
1895-1898: don Giorgio Bina di Bologna. Sostituito da don Pozzi, già a partire dal 1899, per la sua gestione piuttosto "anarchica" della parrocchia.
22 agosto 1905-1943: don Raffaele Pozzi di Monteacuto. Inizialmente riluttante ad accettare il posto, anche perché aveva il padre anziano e malato, fu amatissimo da tutti i fedeli. Grande studioso di filosofia e teologia.
Madonna del Faggio: Dal centro di Monte Acuto parte un comodo sentiero che in poco tempo conduce al santuario della Madonna del Faggio la cui notorietà si deve al regista bolognese Pupi Avati che lo scelse per girare alcune delle scene del film "Una gita scolastica".
Da allora il Faggio, come familiarmente è chiamato dagli abitanti della zona, è diventato una meta conosciuta e visitata in ogni stagione dell'anno. La posizione incastonata dentro la stretta valle del Baricello, la luce soffusa affievolita dalla fitta boscaglia unite al silenzio rotto solo dallo scorrere dell'acqua, fanno di questo luogo un posto intimo, che induce naturalmente alla meditazione ed al dialogo con Dio.
Dell'origine del santuario si hanno notizie certe e documentate che fanno risalire la costruzione al 1722 anche se:
"... sono da cinquant'anni - cita lo stesso documento - che ritrovandosi nella parrocchia di S.M. Vergine del Castelluccio, in luogo detto Rio Scorticato, una Madonna col Figlio in braccio di terra cotta posta in un faggio".
La ricca documentazione riporta con dovizia di particolari di numerosi prodigi attribuiti a questa Madonna la cui caratteristica però non è tanto quella di intervenire sui singoli come accade per tutti gli altri santuari dell'Appennino, bensì sulle necessità collettive: dalla scampata siccità, allo scioglimento di impreviste e dannose nevicate primaverili, fino agli interventi a protezione del raccolto delle castagne.
Oggi l'edificio, frutto di numerosi interventi eseguiti nei secoli, si presenta in tutta la sua armoniosa bellezza di forma a capanna, con porticato antistante e campanile, mentre sul retro è presenta una piccola abitazione utilizzata dal "romitto", un laico che decideva di abbandonare tutto e di dedicare la sua vita alla custodia del Santuario. Un eremita appunto, che viveva in perenne simbiosi con la chiesa nonostante le difficoltà derivanti dall'abitare in un luogo così impervio ed inospitale soprattutto in inverno quando la neve spesso supera il metro d'altezza, il freddo è pungente e la luce del sole fa capolino per poche ore il giorno.
Al di la di quello che si potrebbe pensare quella del romito non è una figura arcaica, legata ai secoli passati, bensì attualissima se pensiamo che l'ultimo eremita del Faggio, Gino Ronchi, è rimasto in carica, perché per svolgere questa funzione occorreva un'apposta autorizzazione della Curia, fino al 1964.
Infine, dietro la chiesa un piccolo altare rupestre ricorda il luogo dove apparve la Madonna mentre l'immagine originaria in terracotta, risalente alla seconda metà del Seicento, è rimasta custodita all'intero del Santuario fino al 1975 quando è stata rubata e per questo sostituita da una copia realizzata da Giuseppe Pranzini di Castelluccio.
Ma la posizione del Santuario, posto a metà fra Monte Acuto e Castelluccio, ha fatto nascere una profonda rivalità fra i due paesi. Ancora oggi si ricordano le schermaglie combattute a squarciagola fra i pellegrini dei due paesi:
"La Madonna è nostra",
usavano intonare all'arrivo sul ponte quelli di Monte Acuto il giorno della festa, il 26 luglio, prontamente rimbeccati da quelli di Castelluccio
"La Madonna l'è nostra quanto vostra"
oppure, secondo altre testimonianze, con un ben più perentorio
"L'è più nostra che vostra!!".