Chiesa di San Nicolò
Monteacuto delle Alpi

"La Madonna è nostra", usavano intonare all'arrivo sul ponte quelli di Monte Acuto il giorno della festa, il 26 luglio, prontamente rimbeccati da quelli di Castelluccio

"La Madonna l'è nostra quanto vostra" oppure, secondo altre testimonianze, con un ben più perentorio "L'è più nostra che vostra!!". 

Itinerario: Madonna del Faggio - Chiesa di San Nicolò a Monteacuto delle Alpi (915 mt)

Il bellissimo borgo medievale di Monteacuto delle Alpi è arricchito da una delle chiese più belle del Belvedere, dedicata a san Nicolò con san Giacomo e san Lorenzo come co-dedicatari.
Non ci sono notizie certe riguardo alla fondazione della chiesa, anche se la più antica menzione finora nota di Monteacuto è dell'anno 950, quando viene citato come "cappella" in una bolla di Papa Pasquale II. 
La forma attuale della chiesa è frutto di lavori settecenteschi, in particolare il portico antistante a tre arcate, anche se è possibile che essa abbia mantenuto la collocazione originale della cappella del fortilizio eretto qui dal Senato bolognese nel 1227; la chiesa conserva il pavimento originale in lastre di arenaria e una grande acquasantiera su piede del 1713. 
Fino alla fine del XIV secolo era parrocchia indipendente, poi fu unita a Lizzano in Belvedere e riacquistò la cura d'anime solo nel 1586, anche se spesso rimase vacante a causa della distanza e dell'isolamento. 
Un documento notarile del 24 maggio 1633 ci informa che per rimanere proprietari del castagneto denominato "Buio", i monteacutesi dovettero corrispondere £ 74,90 l'anno al Beneficio di Lizzano, che cedette una parte dell'Amola a Vidiciaticio per £ 37,90 l'anno.
Nella chiesa di Monteacuto era eretta dal 25 luglio 1657 la compagnia di sant'Antonio da Padova. 
Almeno dal 1378 fu parrocchia libera e indipendente, ma nel corso del XV secolo fu unita alla pieve di Lizzano, poi alla chiesa di Vidiciatico e infine nel 1586 tornò ad essere indipendente.
La parrocchia di Monteacuto fu sempre legata al territorio oltre il fiume Silla, nonostante che esso si trovasse nella parrocchia di Castelluccio di Porretta Terme: lo testimonia un documento del 1774 che riferisce di una consuetudine "antichissima" relativa alle questue per la anime del Purgatorio che si tenevano con solenne processione nel giorno delle Ceneri; tali questue cominciavano oltre il Silla per concludersi in paese. 
L'esterno è caratterizzato da un bel portico settecentesco e da un possente campanile, che secondo recenti ricerche sembrerebbe essere stato riedificato nel 1865-66 dal maestro muratore Lorenzo Biffoni, che dal cognome si direbbe non proveniente dal Belvedere e neppure delle aree limitrofe. 
Finora era noto che il campanile fosse stato costruito da mastro Bartolomeo Zaccanti di Gaggio Montano nel 1713, compensato con: 
"... trecento lire e anche robba da mangiare".
L'interno conserva ancora il pavimento in lastre di pietra; vi sono quattro altari oltre al maggiore. 
A destra entrando quello dedicato a San Giuseppe, dove in origine si trovava il fonte battesimale (attualmente trasformato in base per la mensa), poi quello dedicato alla Madonna del Carmine con i Santi Rocco e Sebastiano. 
A sinistra entrando si trova quello in origine dedicato al Cristo Morto ma che da tempo conserva la pala dell'altare maggiore con san Nicolò e i Santi sopra detti, poi quello della Madonna del Rosario, con la pregevolissima ancona lignea datata al 1679, intagliata e dorata da Antonio da Lustrola: è una delle rarissime ancone firmate e datate che si trovano nelle chiese dell'Appennino bolognese e modenese. La statua, anch'essa in legno intagliato e dipinto, è databile al periodo 1800-1824. 
Sull'altare maggiore campeggia il magnifico Crocifisso intagliato nel legno di cipresso da Andrea Brustolon (1662-1732), famoso intagliatore e indoratore padovano. 
Si tratta di un'opera di notevoli dimensioni (1,70 di altezza) dalle forme straordinariamente realistiche con il costato modellato in maniera perfetta, l'addome incavato a testimonianza delle sofferenze patite dal Redentore ed il volto che trasmette un senso di dolce abbandono, elementi che fanno di quest'opera una delle rappresentazioni dell'agonia di Cristo fra le più toccanti dell'Appennino bolognese. 
Il Crocifisso fu portato a spalla da Bologna nel 1786 da quattro volontari che si alternarono per i quattro giorni necessari al trasporto del pregevole manufatto e fu spostato sull'altare maggiore in occasione delle celebrazioni cristocentriche della Settimana Santa agli inizi del '900 poi (non è noto il motivo) non fu più risistemato nella propria cappella, perciò la chiesa di Monteacuto è una delle poche ad avere l'immagine del Santo dedicatario non nell'abside ma in una cappella laterale. 
All'interno della chiesa sono custodite altre pregevoli opere d'arte. 
La pala che era sull'altare maggiore, a olio su tela, è opera di Pietro Faccini (1562-1602), artista bolognese allievo dei Carracci, ma poi così abile da aprire una propria scuola. La tela è una "pala parlante" tipica delle opere della Controriforma, in particolare di quella "riforma locale" voluta dal cardinale Paleotti nella diocesi di Bologna alla fine del XVI secolo; rappresenta i santi protettori della comunità, Nicolò, Giacomo e Lorenzo in contemplazione della Trinità. 
Non è dato sapere il motivo della scelta del patrono, data l'antichità di tale scelta e la mancanza di documenti in merito, così come è antica la scelta di Lorenzo come co-dedicatario, sebbene forse in relazione, in quanto santo epidemico, con le ricorrenti epidemie di peste che imperversavano nel periodo di esecuzione del quadro, che non ha una datazione precisa, ma è collocabile negli ultimi anni del XVI secolo. 
La devozione a san Giacomo si può forse spiegare con la vocazione mercantilistica, quindi al movimento, degli abitanti del paese; inoltre si deve anche considerare che Monteacuto era l'ultimo paese bolognese prima dei valichi con la Toscana e in particolare con Pistoia, di cui san Giacomo è patrono. Inoltre c'è da notare che il culto di san Giacomo qui si rafforzò con la dedicazione ad Esso dell'oratorio di Pianaccio, dal 1831 parrocchia autonoma da Monteacuto.
Sull'altare della Madonna del Carmine si trova una pala a olio su tela databile al 1633 attribuita ad Alessandro Tiarini (1577-1668), pittore bolognese allievo di Prospero Fontana poi di Lorenzo Cesi. Raffigura la Madonna del Carmine con i Santi Rocco e Sebastiano, tipici Santi epidemici molto spesso raffigurati su opere della prima metà del XVII secolo come protettori dalla peste. 
Nella cappella della Madonna del Rosario è visibile un bellissimo quadro ad olio su tela, realizzato da ignoto autore in ambito emiliano tra 1575 e 1599: raffigura la Madonna del Rosario con san Domenico e devoti.
Il dipinto raffigurante san Giuseppe con il Bambino, pala dell'altare omonimo, è realizzato a tempera su legno in ambito emiliano ed è databile alla seconda metà del XIX secolo. 
All'interno della chiesa si trova anche una statua di sant'Antonio da Padova, da sempre molto venerato a Monteacuto, tanto che fu eretta una confraternita in Suo nome il 25 luglio 1657.
Sulla parete destra si trova un quadro entro fioriera raffigurante la Madonna con Bambino, realizzato a olio su tela in ambito emiliano tra 1690 e 1710. La fioriera di manifattura emiliana è formata da fiori di carta ed è databile alla fine del XIX secolo.
Altra opera pregevole sono le 15 tabelle della Via Crucis, realizzate a olio su tela in ambito emiliano tra il 1800 e il 1824. 
La pregevole acquasantiera su alto piede è scolpita in arenaria: è opera del mastro muratore Bartolomeo Zaccanti, di cui si è detto sopra a proposito del campanile, che la scolpì nel 1713. 
La sacrestia conserva una bellissima credenza di manifattura emiliana in legno di castagno intagliato, databile al periodo 1650-1674. Qui si trova anche una bella targa devozionale in terracotta dipinta e invetriata che raffigura santa Caterina de'Vigri, tema abbastanza inconsueto anche perché il culto di questa Santa è piuttosto circoscritto ad ambito bolognese-emiliano. La targa è databile al periodo tra 1775 e 1799.
Secondo recentissimi studi, il campanile attualmente visibile risale al 1865-66, rifacimento di uno precedente del 1713.
La chiesa di Monteacuto è quella che ha risentito maggiormente dei problemi legati alla conformazione del territorio: non sono pochi, infatti, i parroci rinunciatari o non residenti, anche in tempi abbastanza recenti. 
Una particolarità del clero di Monteacuto è il legame piuttosto stretto con l'oratorio di S. Gioacchino della Moscacchia, presso Badi, alla fine del '700: nell'archivio di Lizzano si trovano, infatti, due vacchette riferite a questo oratorio con firme di molti sacerdoti, tra i quali ricorre quella di don Domenico Biagi, lizzanese che fu parroco a Badi.
1425: la sede era vacante, non si sa da quanto né perché, anche se occasionalmente si recava a Monteacuto il parroco di Vidiciatico, don Giacomo "de dicta terra"
1543: don Corrado Grassi, esponente della nobile famiglia bolognese, non residente; era cappellano don Giorgio Gasparini, che doveva occuparsi anche della Pieve di Lizzano e della chiesa di Vidiciatico, di cui era titolare lo stesso Grassi.
1555: don Achille Grassi, della stessa famiglia del precedente, non residente; cappellano era don Tommaso Vornetti di Bologna. Don Achille Grassi era vescovo di Montefiascone ed uditore rotale; con tali cariche, era ben difficile che potesse risiedere in Monteacuto!
1556: don Antonio Martini di Grecchia.
1565: don Giovanni da Rocca Pitigliana. In questo periodo la chiesa di Monteacuto era ancora unita alla Pieve di Lizzano, per assenza del titolare don Carlo Grassi, vescovo a Montefiascone come lo zio. Questo don Giovanni era perciò cappellano; rettore era don Gherardo Tanari, appena nominato pievano di Lizzano. Don Giovanni da Rocca Pitigliana pare che non avesse la licenza per reggere una parrocchia e perciò fu inquisito durante la visita pastorale del 1566. 
1573-1583: don Carlo Picchio, cappellano sostituto del pievano don Tanari.
1586: don Marco Franzaroli, nominato Maestro di cerimonie del Plebanato nel corso della Congregazione dei sacerdoti di quell'anno, tenutasi a Porretta.
1599-1610 circa: don Giovanni Gabrielli.
1633: don Domenico Vivarelli, nato nel 1591.
1682-1711 (?): don Domenico Molinelli.
1711-1752: don Giovanni Nanni di Castelluccio. È quel famoso don Nanni che si oppose con tutte le sue forze, per circa dieci anni, alla costruzione di un oratorio (che poi divenne chiesa parrocchiale) a Pianaccio. Pare che avesse un caratteraccio. Morì il 3 marzo 1752.
1752-1772: don Lazzaro Nanni, nipote del precedente, con cappellano don Giovanni Antonio Pozzi, forse di Monteacuto. Prese possesso il 4 giugno 1752: 
"Io D. Lazaro Nanni havendo preso il possesso della Chiesa di S. Nicolò di Mont'agut'dell'alpi, incomincio hà celebrare le messe pro populo"
Morì il 18 settembre 1772: al suo funerale ci fu grande concorso di sacerdoti, con la celebrazione di 32 messe. Don Pietro Leone Marcacci, che era stato cappellano di Vidiciatico per molti anni ed era sempre presente alla concelebrazioni del Plebanato, poiché era anziano disse Messa "à domo", cioè da casa.
1772-1777: don Carlo Bartolomeo Zambonini di Bologna, che prese possesso il 16 ottobre 1772. 
Era economo don Domenico Nanni. 
Il primo atto di don Zambonini, che prese possesso alla fine del 1772, fu di adempiere le messe per legati che erano rimaste in sospeso, adempimento dovuto forse in seguito all'ispezione dei registri parrocchiali in occasione della seconda visita del Cardinale Malvezzi del novembre 1772. Il 27 febbraio 1773 tenne un ufficio in canto e in notturno per il padre Pellegrino Bartolomeo, 
"... patris mei Parochi subscripti, qui mortus est Bononiae dì 20 februarii et humatus in Parochiali S. Laurentii porte Sterie ... "
Nell'aprile 1773 rimase assente per qualche tempo, sostituito dal cappellano di Lizzano don Nicola Gaetani, poi dalla fine del 1776 si ammalò e fu sostituito dall'economo don Nanni fino al febbraio 1777; tornò brevemente fino al 20 marzo di quell'anno, data dell'ultimo atto da lui firmato. 
Don Zambonini era molto preciso e aveva bella calligrafia: a lato di ogni ufficio ha messo un numero progressivo.
1777-1786: don Pietro Giacomo Taruffi; prese possesso nell'aprile 1777, dopo la morte di don Zambonini. Il 14 marzo 1778 celebrò le esequie di Antonio Guccini "detto l'Eremita", che visse fino a 89 anni; era forse eremita a Madonna del Faggio?
1786-1807 (?): don Luigi Giovanelli di Vidiciatico. Nel 1774 aveva partecipato allo scrutinio per diventare parroco di Rocca Corneta, ma non fu eletto. Si recava a celebrare anche al santuario di Madonna del Faggio.
1824 (?) -1830: don Paolo Parigi.
1830-1838 (?): don Geminiano Bazzani di Trignano, che rinuncia ufficiosamente già nel 1831, non avendo mai curato realmente la parrocchia perché appartenente alla Carboneria nel periodo post-napoleonico nella zona di Fanano, e perciò spesso assente. Questa sua militanza gli costerà la vita in un periodo imprecisato fra il 1831 e il 1838, quando fu arrestato, torturato e condannato a morte insieme con altri patrioti e carbonari fananesi per una congiura ai danni di Francesco IV, duca di Modena. 
Un documento dell'Archivio di Stato di Modena recita:
"Bazzani D. Geminiano: marciava armato di pistole, e stilo entro in un bastone, Parroco di Monteacuto, Stato Pontificio, ma nativo di Fanano". 
È abbastanza singolare che la rinuncia ufficiale di don Geminiano sia del 10 marzo 1839, quando presumibilmente egli era già morto da tempo. Suo cappellano era don Domenico Castelli, che quasi da subito cominciò a firmare gli atti in vece di don Bazzani.
1838-1844: don Giovanni Battista Serantoni, economo sotto don Bazzani, nato a Sasso il 2 agosto 1765 da Giovanni e Giovanna Biagi. Dal 1796 al 1836 fu cappellano nella chiesa di san Prospero di Badi, dove era rettore il lizzanese don Domenico Biagi. Don Serantoni resse la cura di Monteacuto fino al 16 marzo 1844, quando dovette rinunciare per motivi di salute; suoi coadiutori furono nel 1846 don Amedeo Pozzi e nel 1847 don Pietro Fornagiari. L'ultimo atto a firma di don Serantoni, con grafia incerta e tremante, è del 14 agosto 1849, poco prima della morte.
1850-51: don Agostino Santi, per breve tempo.
1856-1882: don Marco Lenzi di Lùstrola, nato nel 1823. Morirà di tisi a casa sua. Molto amato dai fedeli per la sua condotta morale.
1882-1894: don Antonio Balducelli di Castelluccio, che rinunciò nel 1893. L'economo don Pietro Brunetti per breve tempo resse la parrocchia.
1895-1898: don Giorgio Bina di Bologna. Sostituito da don Pozzi, già a partire dal 1899, per la sua gestione piuttosto "anarchica" della parrocchia. 
22 agosto 1905-1943: don Raffaele Pozzi di Monteacuto. Inizialmente riluttante ad accettare il posto, anche perché aveva il padre anziano e malato, fu amatissimo da tutti i fedeli. Grande studioso di filosofia e teologia.
Madonna del Faggio: Dal centro di Monte Acuto parte un comodo sentiero che in poco tempo conduce al santuario della Madonna del Faggio la cui notorietà si deve al regista bolognese Pupi Avati che lo scelse per girare alcune delle scene del film "Una gita scolastica". 
Da allora il Faggio, come familiarmente è chiamato dagli abitanti della zona, è diventato una meta conosciuta e visitata in ogni stagione dell'anno. La posizione incastonata dentro la stretta valle del Baricello, la luce soffusa affievolita dalla fitta boscaglia unite al silenzio rotto solo dallo scorrere dell'acqua, fanno di questo luogo un posto intimo, che induce naturalmente alla meditazione ed al dialogo con Dio. 
Dell'origine del santuario si hanno notizie certe e documentate che fanno risalire la costruzione al 1722 anche se:
"... sono da cinquant'anni - cita lo stesso documento - che ritrovandosi nella parrocchia di S.M. Vergine del Castelluccio, in luogo detto Rio Scorticato, una Madonna col Figlio in braccio di terra cotta posta in un faggio". 
La ricca documentazione riporta con dovizia di particolari di numerosi prodigi attribuiti a questa Madonna la cui caratteristica però non è tanto quella di intervenire sui singoli come accade per tutti gli altri santuari dell'Appennino, bensì sulle necessità collettive: dalla scampata siccità, allo scioglimento di impreviste e dannose nevicate primaverili, fino agli interventi a protezione del raccolto delle castagne.
Oggi l'edificio, frutto di numerosi interventi eseguiti nei secoli, si presenta in tutta la sua armoniosa bellezza di forma a capanna, con porticato antistante e campanile, mentre sul retro è presenta una piccola abitazione utilizzata dal "romitto", un laico che decideva di abbandonare tutto e di dedicare la sua vita alla custodia del Santuario. Un eremita appunto, che viveva in perenne simbiosi con la chiesa nonostante le difficoltà derivanti dall'abitare in un luogo così impervio ed inospitale soprattutto in inverno quando la neve spesso supera il metro d'altezza, il freddo è pungente e la luce del sole fa capolino per poche ore il giorno. 
Al di la di quello che si potrebbe pensare quella del romito non è una figura arcaica, legata ai secoli passati, bensì attualissima se pensiamo che l'ultimo eremita del Faggio, Gino Ronchi, è rimasto in carica, perché per svolgere questa funzione occorreva un'apposta autorizzazione della Curia, fino al 1964. 
Infine, dietro la chiesa un piccolo altare rupestre ricorda il luogo dove apparve la Madonna mentre l'immagine originaria in terracotta, risalente alla seconda metà del Seicento, è rimasta custodita all'intero del Santuario fino al 1975 quando è stata rubata e per questo sostituita da una copia realizzata da Giuseppe Pranzini di Castelluccio. 
Ma la posizione del Santuario, posto a metà fra Monte Acuto e Castelluccio, ha fatto nascere una profonda rivalità fra i due paesi. Ancora oggi si ricordano le schermaglie combattute a squarciagola fra i pellegrini dei due paesi:
"La Madonna è nostra", 
usavano intonare all'arrivo sul ponte quelli di Monte Acuto il giorno della festa, il 26 luglio, prontamente rimbeccati da quelli di Castelluccio 
"La Madonna l'è nostra quanto vostra" 
oppure, secondo altre testimonianze, con un ben più perentorio 
"L'è più nostra che vostra!!".

(di Alessandra Biagi)


A Monteacuto possiamo gustare la polenta fritta al Bagigio o sostare per un aperitivo al Circolino o nella bottega storica all'inizio del paese.

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